Il 29 gennaio è emersa la notizia di due uomini gay iraniani detenuti negli Stati Uniti che rischiano la deportazione verso l’Iran, un Paese in cui l’omosessualità è criminalizzata e può essere punita con la pena di morte. Il caso ha attirato l’attenzione di associazioni per i diritti umani e per la tutela delle persone LGBTQIA+.
Secondo le ricostruzioni, entrambi gli uomini avevano presentato domanda di asilo negli Stati Uniti, dichiarando di temere persecuzioni nel Paese d’origine a causa del loro orientamento sessuale. Le procedure di asilo, tuttavia, si sono rivelate lunghe e frammentate, lasciando i richiedenti in una condizione di estrema vulnerabilità.
Uno dei due ha ottenuto una sospensione temporanea dell’espulsione da parte di una corte d’appello, mentre l’altro è rimasto bloccato in un centro di detenzione, anche a causa di ritardi legati a problemi sanitari. Questa asimmetria mostra quanto l’accesso alla protezione dipenda spesso da fattori contingenti.
Organizzazioni LGBTQIA+ denunciano come il sistema di asilo statunitense non garantisca tutele adeguate alle persone perseguitate per orientamento sessuale o identità di genere, soprattutto quando queste provengono da Paesi con leggi apertamente repressive.
Il rischio di deportazione verso l’Iran viene descritto come concreto e potenzialmente fatale. Per questo motivo, attivisti e legali chiedono un intervento urgente delle autorità federali per fermare le espulsioni e rivedere le procedure.
Il caso dei due uomini iraniani solleva interrogativi più ampi sul rispetto degli obblighi internazionali in materia di asilo e sul ruolo degli Stati Uniti nella protezione delle persone LGBTQIA+ in fuga da persecuzioni.
